Lo Stretto di Messina in barca a vela

Omero lo Stretto di Messina in barca a vela l’ha fatto decine e decine di volte, tornando dai Caraibi verso la Grecia e poi andando di nuovo verso Gibilterra: da nord a sud, da sud a nord, in primavera e in autunno, con barche piccole e meno piccole, da solo e in equipaggio. Ma per me fare lo Stretto di Messina in barca a vela sarà invece una cosa nuova e, da buon secondo, studio, visto che in autunno passerà di qui il nostro viaggio dalla Sardegna all’Adriatico.

Lo Stretto di Messina, insieme a Gibilterra, è uno dei pochi passaggi in Mediterraneo per cui è necessario tenere conto in maniera importante delle maree e delle correnti, che qui raggiungono facilmente i 4/5 nodi di intensità e creano refoli e vortici.

Altra similitudine con Gibilterra è l’intenso traffico di navi e traghetti e la presenza di corsie dedicate da rispettare: lo Stretto di Messina misura però meno di 2 miglia nel punto più stretto e solo 8 nel punto più largo, ed è quindi molto più stretto di quello di Gibilterra, che è largo almeno 7 miglia.

Se ci si mette anche il vento, ecco completato il quadro di un passaggio di poche miglia ma con tanto da insegnare.

Lo Stretto di Messina in barca a vela: le correnti e il vento

In Mediterraneo non siamo abituati a forti fenomeni di marea e corrente, ma lo Stretto di Messina è l’incontro di due mari con caratteristiche chimiche diverse (l’acqua del Tirreno è meno densa e più leggera dell’acqua dello Ionio) e su fondali molto articolati per profondità e morfologia: nel versante tirrenico il fondale degrada lentamente per raggiungere i 2.000 metri di profondità solo oltre l’isola di Stromboli, mentre nel versante Ionico la profondità aumenta velocemente e i 2.000 metri si raggiungono già davanti a Taormina. Queste due caratteristiche rendono le maree e le conseguenti correnti particolarmente intense.

Quando il Tirreno è in alta marea, lo Ionio è in bassa, e viceversa: il dislivello tra le due masse d’acqua è notevole (qualche decina di centimetri) e ovviamente la natura tende a colmarlo, alternando ogni sei ore circa il flusso che dal Tirreno scende verso lo Ionio (corrente di marea scendente) a quello che dallo Ionio sale verso nord (corrente di marea montante), in maniera graduale e raggiungendo la massima intensità qualche ora dopo l’inizio.

Non è difficile che le correnti di marea raggiungano i 5 nodi di intensità e se sommiamo anche il vento la cosa si può fare complicata – a volte lo è per i traghetti, figuriamoci per una barca a vela. Lo Scirocco è il vento che provoca i fenomeni più violenti nelle acque dello Stretto: sia che gli si opponga una corrente scendente o che si sommi alla corrente montante le onde si alzano ripide.

Ogni corrente ha i suoi lati “bastardi”, ovvero controcorrente, e nei punti in cui le correnti opposte si incontrano o trovano batimetriche molto diverse si formano i fenomeni più conosciuti da chi passa lo Stretto di Messina in barca a vela: dei vortici detti garófali o réfoli, più frequenti in determinate località – tra cui le più famose sono, da sempre, Scilla sul versante calabrese e Cariddi sul versante siciliano.

La corrente montante è di solito più violenta di quella scendente ed è quella che, in profondità, incanalandosi nei veri e propri canyon presenti nel fondale del versante ionico, arriva ad avere tanta forza da portare in superficie, insieme all’acqua, animali che di solito vivono negli abissi e che vengono ritrovati sulle spiagge.

Ovviamente oggi per barche mediamente grandi e con un buon motore questi vortici non sono un problema – Omero racconta che la barca quando ci passa “sculetta un po’” – ma nell’antichità inspiegabili mulinelli d’acqua e creature degli abissi che venivano misteriosamente a galla generavano non poche paure. Così la mitologia ha raccontato con un bel po’ di fantasia le storie di questo ribelle e affascinante tratto di mare.

Il racconto più famoso è forse quello dell’altro Omero (…) che fa di Scilla e Cariddi due mostri. Ulisse deve navigare lo stretto da nord a sud e, avvertito dalla maga Circe, si tiene bene al centro del canale, ma dovendo scegliere preferisce rischiare che a prenderlo sia Scilla, “colei che dilania”, mostro a sei teste che vive sulla costa calabrese, piuttosto che Cariddi, “colei che risucchia”, rappresentata da un terribile gorgo che inghiotte le navi intere sulla costa siciliana.

 

Le indicazioni di Circe sono valide anche oggi, ma possiamo contare anche su altri mezzi. Oltre alle carte, ci sono applicazioni e siti internet (un buon esempio è questo: correntidellostretto.it) che ci informano con esattezza, in tempo reale e per le ore e i giorni successivi, della direzione e dell’intensità delle correnti nei diversi punti dello Stretto – impossibile sbagliarsi.

Ma rimane altrettanto impossibile, passando lo stretto di Messina in barca a vela, evitare di pensare ai misteriosi vortici e ai mostri degli abissi, alle profondità del mare che così poco conosciamo, a quanta paura dovevano fare Scilla e Cariddi. E chissà se anche noi incontreremo le orche…

 

 

 

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