L’inizio del mare

In questi giorni mi sembra di essere Bartleboom, lo strano “scienziato” ospite della Locanda Almayer raccontata da Baricco in “Oceano Mare”. Lui cercava la fine dell’oceano, con un’ossessione decisamente surreale, mentre io, un po’ affannata, cerco l’inizio del mare.

Come ogni volta che passo troppo tempo a terra, e forse un po’ di più dopo quest’inverno passato a combattere contro molti mulini mossi da un vento molto dispettoso, aspetto il mare come si aspetta di sentire una porta che si apra o le ruote dell’aereo che toccano la pista all’atterraggio – in una impercettibile sospensione di tutto il resto, un istante lunghissimo. Riprendere la mia vita sull’acqua è la soluzione a tutti i problemi, la fine delle fatiche brutte (e l’inizio di quelle belle), il ritorno a casa dopo un lungo viaggio, un respiro profondo dopo una corsa.

Ed è ormai un po’ un’ossessione anche per me, questa di aspettare l’inizio del mare. Ma un’ossessione tutto sommato pacata, perché so bene che il mare tornerà presto nei miei giorni, che non finirà mai, e che sempre picchierà duro per poi perdonare e consolare tutto quello che abbiamo avuto l’arroganza di rinfacciargli…

Basta vederlo anche solo dalla spiaggia, il mare, per cominciare a sentire i suoi benefici – l’aria, la luce, il sollievo dell’acqua fresca. Poi cominci a viverci dentro e le cose belle si moltiplicano – il vento, il movimento, la solitudine, la libertà. Ma l’inizio del mare, quello vero, per me arriva solo quando la terra è di fatto irraggiungibile – troppo lontana, troppo sopravento, troppo pericolosa per avvicinarsi.

Nella sua ricerca Bartleboom si fa aiutare da un altro degli ospiti della Locanda Almayer: Plasson, un pittore che non riesce a dipingere il mare perché non ne trova gli occhi, elemento da cui ritiene necessario partire per fare un ritratto. Finché Plasson non ne troverà gli occhi, non saprà dove inizia il mare.

Avrei potuto aiutarli tutti e due, Bartleboom e Plasson, portandoli su una barca per fargli vedere che il mare non finisce sulla battigia, ma prima, quando da lontano sai che stai per arrivare a terra, e non comincia dagli occhi, ma dall’udito. L’inizio del mare, per me, è quando da terra non arrivano più i rumori, gli avvisi invadenti e i clacson arroganti, lo stridio del metallo, il volume della televisione, le voci e gli allarmi. Per non parlare delle parole inutili e di quelle cattive.

L’inizio del mio mare è l’inizio del silenzio, anche se il mare è tutt’altro che silenzioso: il mare ha molti occhi, come scoprirà Plasson, e ha anche molte voci – il vento, le onde, le attrezzature che si tendono, le vele che si gonfiano, i delfini che ridono, le parole del comandante (poche e quando serve), i gabbiani, i tuoni lontani, il fragore delle burrasche, il fruscio dell’acqua sulle murate. Voci armoniose e pacate, come la mia attesa.

Alla fine, Plasson, il pittore, ne farà tantissimi di ritratti del mare, ma saranno quasi tutti solo delle tele bianche: non ha trovato altro modo di dipingere il mare se non usare l’acqua di mare stessa. E non poteva che essere così, perché il mare, l’ho già scritto, è un immenso spazio di libertà, che ognuno di noi riempie con quello che vuole, spesso con qualcosa che nemmeno sapevamo di avere. E ho anche già scritto che è difficile raccontarlo – così come disegnarlo – ma possiamo sempre continuare a cercarlo.

Sul davanzale della finestra di Bartleboom, questa volta se ne stavano seduti in due. Il solito bambino. E Bartleboom. Le gambe a penzoloni, nel vuoto. Lo sguardo a penzoloni, sul mare.
— Senti, Dood… Dood, si chiamava, il bambino. — Visto che te ne stai sempre qui…
— Mmmmh.
— Tu magari lo sai.
— Cosa?
— Dove ce li ha, gli occhi, il mare?
— …
— Perché ce l’ha, vero?
— Sì.
— E dove cavolo sono?
— Le navi.
— Le navi cosa?
— Le navi sono gli occhi del mare.
Rimane di stucco, Bartleboom. Questa non gli era proprio venuta in mente. — Ma ce n’è a centinaia di navi
— Ha centinaia di occhi, lui. Non vorrete mica che se la sbrighi con due.
Effettivamente. Con tutto il lavoro che ha. E grande com’è. C’è del buon senso, in tutto quello. — Sì, ma allora, scusa…
— Mmmmh.
— E i naufragi? Le tempeste, i tifoni, tutte quelle cose lì… Perché mai dovrebbe ingoiarsi quelle navi, se sono i suoi occhi?
Ha l’aria perfino un po’ spazientita, Dood, quando si gira verso Bartleboom e dice — Ma voi… voi non li chiudete mai gli occhi?

oceano mare inizio del mare

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4 commenti
  1. Silvia
    Silvia dice:

    Che brava, che descrizione perfetta! e scrivilo sto libro, dai!!!
    Bello leggerti.
    Spero anche di vedervi presto.
    Un abbraccio a voi due
    Silvia

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  2. Sara
    Sara dice:

    Grazie Silvia! Di cuore… Devo riprendere a navigare per scrivere sul serio 🙂 Anche noi speriamo di vedervi presto, un abbraccio a te e Daniele, anche dal comandante

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      • Sara
        Sara dice:

        Ahahah! Vedi che devo tornare al mare…? Sto diventando peggio di Omero con i nomi… Comunque sì, abbraccia Maurizio, per favore, e appena torniamo giù e organizziamo per venire a Palermo ci sentiamo. Perdonami!

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