Il secondo in comando

C’è un po’ di pregiudizio verso la parola “secondo”. Chi arriva secondo in una gara pensa all’unica persona che ha fatto meglio di lui, non a tutte quelle che ha superato. Chi ha un ruolo di secondo piano non pensa alla libertà di cui gode in quella posizione, ma solo a quanto sarebbe bello stare sotto le luci dei riflettori. Di un secondo in comando, spesso, si pensa che non abbia la stoffa del comandante.

Ma credo che il pregiudizio sia soprattutto di quelli che hanno poca esperienza di lavoro in gruppo, che sia su una barca, in un’azienda o in una squadra in generale. Perché chi questa esperienza ce l’ha deve aver capito per forza che essere il secondo in comando non è assolutamente qualcosa di brutto o svilente. È solo molto, molto, molto difficile (tre molto…).  In particolare su una barca a vela, quello del secondo in comando è forse il ruolo più difficile. Non c’è un manuale per imparare, non c’è da nessuna parte la descrizione del lavoro e anche se si è bravi a farlo con un certo comandante non è detto che si sia bravi a farlo con un altro.

È un ruolo che ha a che fare con la fiducia, moltissimo: il comandante deve fidarsi ciecamente del proprio secondo in comando, perché il secondo spesso è i suoi occhi e le sue orecchie. E il secondo deve fidarsi ciecamente del proprio comandante, sapere che la decisione che prenderà in ogni momento è la migliore per la barca e per l’equipaggio.

È un ruolo che ha a che fare con la conoscenza: un buon secondo in comando conosce bene la barca, il comandante, il mare e l’equipaggio. Li conosce e li “sente”, di continuo: ci vogliono mille occhi e sensibilità per tante situazioni diverse, contemporaneamente. Ti svegli la mattina e già, più o meno, sai: le nuvole in cielo dicono “vento”. Un giro in coperta mentre bevi il caffè per vedere che siano libere le manovre – ci sarà da prendere una mano o due. Un giro sottocoperta per controllare le chiusure e lo stivaggio – la bolina ce la faremo oggi, il primo giorno di Maestrale, senza aspettare domani che il mare sia troppo grosso. Nel frigo sposta sopra la coca-cola, che per il mal di mare aiuta sempre, e magari prepara le cerate a portata di mano. Controlla che le scotte del fiocco piccolo siano libere da oggetti vari, cerca di capire chi è che avrà voglia di aiutarti oggi a fare le virate e fai un ripasso della manovra. Ok, su l’ancora e si va. “Sara, andate in due all’albero che c’è da prendere una mano, sono libere le manovre?” “Sara, tutto chiuso bene sotto?” “Sara, dov’è la coca cola? Mi potresti allungare la giacca?“. A me basta guardare la bocca di Omero per capire: labbra leggermente socchiuse vuol dire bolina bella larga, se non traverso; labbra strette bolina stretta; labbra arricciate non si passa. Labbra strette, oggi. “Allora, armiamo il fiocco piccolo, chi ci aiuta a virare? Cazza quando te lo dico io, prima fallo sventare“. Se il secondo in comando è davvero bravo, nessuno se ne accorge neppure. Ma se avete navigato su una barca con un bravo secondo in comando, lo sapete.

Ci sono state volte, per quanto rare, in cui di fatto il secondo in comando sulla Freya non ero io: a bordo c’era qualcuno di cui Omero si fidava di più, un marinaio migliore di me. Non ha dovuto dirlo: senza dire una parola, la priorità è stata la barca, come sempre, e i ruoli si sono adattati a quello di cui lei aveva bisogno. Ogni altra considerazione a bordo è una perdita di tempo, e ogni bravo marinaio lo sa.

L’aspetto forse più complesso del ruolo del secondo in comando, però, non sono le tante cose da fare o la difficoltà di impararle. È la capacità di rispettare un confine indefinito eppure fondamentale: il secondo, se è bravo, potrebbe benissimo fare il comandante, ma non lo fa, almeno per il momento e non deve mai far trasparire disaccordo, disappunto o il peggiore di tutti i mali – l’insubordinazione nei confronti del comandante*. Man mano che cresci e impari, però, diventa sempre più difficile rispettare quel confine, perché sviluppi un modo di pensare il mare e la barca che può essere diverso da quello del comandante: avresti virato un po’ più tardi, avresti preso una mano alla randa, ancorato in un altro posto o scelto un’altra rotta. In quei casi devi fare silenzio, obbedire, osservare e vedere come va a finire. Quasi sempre il comandante avrà avuto ragione, tu avrai imparato qualcosa di più e sarai stato un bravo secondo a tenerti per te le tue osservazioni. A volte la ragione ce l’avresti avuta tu, e il comandante lo sa, certo che lo sa. A volte lo dice pure…

Perché il comandante, quello bravo, è solo contento se il proprio secondo migliora, impara, capisce. Il bravo comandante insegna, a tutti e specialmente al proprio secondo, perché sa bene che una mano gli servirà ed è meglio che sia una mano esperta, e perché non ha nessun timore che un giorno quella mano lo abbandoni – potrà fare anche senza, finché ricomincerà con un nuovo secondo a costruire un linguaggio non parlato, gli sguardi di intesa, i movimenti coordinati, gli insegnamenti silenziosi.

E infine, per chi sceglie questo ruolo indefinito e un po’ sfuggente di secondo, diventa con il tempo sempre più complesso e importante gestire la questione delle aspettative, quelle più importanti, ovvero le aspettative che si hanno su se stessi. Ci basta essere il secondo in comando? Ci va bene che le “luci della ribalta” non si posino mai su di noi? Di più: ci va bene sapere che se faremo davvero bene il nostro lavoro allora le luci non dovranno neppure sfiorarci? Ci va bene sapere che mentre tutti conoscono Ulisse, Colombo, Magellano e Shackleton in pochi si ricordano i nomi di Euriloco, Martín Pinzón, Pigafetta, Tom Crean e Frank Worsley? E Frank Worsley, vorrei ricordarlo, è quello che di fatto ha trovato la Georgia del Sud usando solo il sestante, in mezzo alle tempeste, percorrendo 800 miglia nell’oceano Atlantico del sud dopo l’abbandono dell’Endurance: le luci della ribalta se le meriterebbe eccome…

La risposta di ciascuno di noi a questa domanda potrà essere diversa, l’importante è, come sempre, che sia sincera: che a prevalere non siano le paure, le aspettative degli altri o i falsi miti, che per farci i complimenti ci vogliono tutti comandanti, imperturbabili lupi di mare con l’orizzonte negli occhi. Lasciamo ai comandanti l’onore e l’onere di tracciare la rotta, se non vogliamo farlo noi, che la cosa davvero difficile è seguirla, quella rotta, ed è in quello che siamo bravi.

* Omero dice che sono un bravo secondo, ma che sull’insubordinazione posso migliorare…

secondo in comando sara omero moretti

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