Le isole Lavezzi: un luogo incantato

Le isole Lavezzi (così si chiamano, perché in realtà non si tratta di un’unica isola ma di un gruppo di isole e scogli) sono una delle meraviglie delle Bocche che si toccano durante le settimane in barca a vela tra la Sardegna e la Corsica. Sono un luogo davvero straordinario, ed è difficilissimo rendere onore al loro fascino e alla loro bellezza quasi commovente con una foto: ne pubblichiamo qualcuna per condividere la meraviglia che viviamo ogni settimana, incluse queste belle immagini riprese dal drone di bordo, ma davvero nessuna rende l’idea dell’atmosfera di questo posto.

Le isole Lavezzi al tramonto: un fascino unico

Per di più, noi abbiamo la fortuna di goderci Lavezzi quando non è “popolata” da chi arriva in giornata da Bonifacio e Porto Vecchio. Di solito arriviamo al tramonto, quando gli ultimi sono andati via, e passiamo qui la mattinata, finché i primi arrivano. Il silenzio che si gode alle isole Lavezzi, rotto solo dal verso dei gabbiani che sono i veri padroni dell’isola, è parte del loro fascino, insieme alla solitudine del loro paesaggio surreale. Godersi Lavezzi al tramonto quando è vuota è quindi davvero un privilegio, che ogni settimana si ripete e che non smette mai di meravigliarci. E di solito meraviglia anche chi è a bordo con noi, che dopo l’iniziale diffidenza di fronte a quella che sembra una pietraia disabitata, una manciata di massi buttati nelle Bocche di Bonifacio sovrastati da un faro e da uno strano pinnacolo, si lascia coinvolgere dal fascino delle isole Lavezzi e se ne innamora perdutamente.

Durante la passeggiata a Lavezzi si scoprono uno a uno i suoi tesori: cala di l’Achiarina, cala Chiesa, cala Greco, cala Giunco – specchi di mare turchese incastonati nelle rocce di granito levigate dal vento e circondate da una vegetazione intatta che si piega al maestrale. Poi le forme strabilianti dei massi, il faro che svetta sul capo meridionale dell’isola e infine il segreto che le isole Lavezzi custodiscono nel loro silenzio, quello del naufragio della Sémillante.

 

Il naufragio della Sémillante a Lavezzi

Ogni volta che ci avviciniamo a vela al profilo unico delle isole Lavezzi, Omero comincia a raccontare la storia. “Il 15 febbraio 1855 la Sémillante, una fregata francese che stava facendo rotta da Tolone alla Crimea, naufragò a Lavezzi, colta da un fortunale, e gli oltre 600 uomini imbarcati, tra ufficiali e marinai, morirono”.

È una storia triste, ma la raccontiamo ogni settimana per fare un po’ da ciceroni a chi è a bordo con noi e spiegargli perché passeggiando sull’isola troverà due cimiteri. E la raccontiamo anche per ricordare la sventura dell’equipaggio della Sémillante, 695 uomini che attraverso le parole nostre e di tutti quelli che d’estate “profanano” Lavezzi sono almeno ricordati e sottratti un po’ all’oblío che gli sarebbe toccato (probabilmente) se fossero arrivati fino in Crimea e morti laggiù.

La Sémillante era una fregata di prima classe di oltre 50 metri che aveva ordine di portare rinforzi alle truppe francesi impegnate in Crimea. Salpata da Tolone il 14 febbraio doveva fare rotta a sud della Sardegna, ma un forte Libeccio costrinse il comandante Gabriel August Jugan, con una lunga esperienza di navigazione alle spalle, a tentare di passare le Bocche per ridossarsi a est della Sardegna.

È  difficile ricostruire gli eventi, le testimonianze sono poche e perse nel tempo, ma quello che si sa è che la forza del vento raggiunse il grado di fortunale (l’11esimo grado della scala Beaufort – al 12esimo c’è l’uragano), con venti oltre i 55 nodi e onde alte oltre 10 metri. Una potenza indomabile per qualsiasi nave e qualsiasi comandante, per quanto esperto. Il farista di Capo Testa raccontò di aver avvistato la fregata intorno alle 11 del mattino tentare una manovra che lasciava pensare ad una rottura del timone e ad un tentativo da parte del comandante di spiaggiare la nave. Ma poi la Sémillante sparì di nuovo nella foschia del mare, in balía della forza delle Bocche.

Da quel momento in poi si sa solo che l’unico abitante delle isole Lavezzi, un pastore, udì il rumore di uno schianto mostruoso sulle rocce e che il giorno dopo, riuscito a raggiungere la spiaggia, trovò uno spettacolo agghiacciante: cadaveri, fasciame, bauli, pezzi di nave sparsi per tutta l’isola. I due cimiteri che custodiscono i resti dell’equipaggio e della nave, e il pinnacolo che ne onora la memoria, sono tutto quello che resta del naufragio della Sémillante.

Così, nelle ore del tramonto, immersi nel silenzio e nella solitudine di queste rocce, ci ricordiamo sempre del rispetto dovuto alla vita e al mare.