Imbarcarsi per la traversata atlantica

Le rotte, le tratte, le date della traversata atlantica Est-Ovest e Ovest-Est

La traversata atlantica, sia di andata che di ritorno, è composta da più tratte. La navigazione deve essere fatta a tappe sia per consentire i rifornimenti e le meritate pause, sia per aspettare il momento più propizio per partire dal punto di vista metereologico.

Potete decidere quindi di imbarcarvi per tutte le tappe di una traversata atlantica, solo per le tratte più brevi o per quelle più lunghe, a seconda del tempo che avete a disposizione.

Le tratte lunghe, le vere e proprie traversate atlantiche, sono quelle che hanno più appeal, ma non sono da sottovalutare le esperienze delle tratte più brevi, che sono spesso impegnative dal punto di vista della navigazione e che vi danno un’idea di come si svolge la vita in oceano prima di decidere per un impegno più lungo.

Qui di seguito trovate una descrizione di ciascuna tratta, le date indicative di imbarco, le miglia da percorrere, la durata stimata della navigazione, l’indicazione degli aeroporti più vicini ai porti di imbarco e sbarco.

I programmi dettagliati della traversata atlantica, da est a ovest e da ovest a est, sono pubblicati di anno in anno, ma potete contattarci sempre in ufficio per domande, informazioni sui voli e altre indicazioni.

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La traversata atlantica da Est a Ovest

Dalla Sardegna alle Baleari a vela

Metà settembre

450 miglia

1 o 2 settimane

Palau | Ibiza

Sono lontane dall’oceano, le Bocche di Bonifacio, ma è qui che comincia il viaggio, e in un certo senso è qui che comincia la traversata, perché si comincia a capire quanto le lunghe navigazioni richiedano competenze più articolate delle crociere. Occhi sulla meteo, che se entra il ponente dalle Bocche non si passa, barca in ordine, e appena c’è una finestra buona, intorno alla metà di settembre, si parte.

Si passano i Fornelli, stupendo passaggio tra Stintino e l’Asinara, con l’allineamento dei dromi, rigorosamente di giorno e con mare calmo, e da lì comincia la navigazione d’altura. Una sosta a Minorca o a Maiorca, a seconda delle condizioni meteomarine, per scoprirne i bellissimi porti e le affascinanti cittadine; se c’è tempo una sosta anche a Cabrera, la mia favorita tra le Baleari, e poi si riprende la rotta sud-ovest verso Ibiza e Formentera.

Dalle Baleari ad Almerimar: i capi del Mediterraneo a vela

Ultima settimana di settembre

300 miglia

1 settimana

Ibiza| Malaga

A guardarlo sulla carta, questo tratto di mare, forse non ve lo aspettereste, ma è davvero impegnativo. Di rado imbarco qualcuno in questa tappa perchè serve un vero spirito di navigazione (ovvero niente aerei da prendere, niente ferie che finiscono, niente orologio ne’ calendario) per affrontare i tre capi: Cabo de Nao, Cabo Palos e Cabo de Gata. Non so più quante volte mi sono ritrovato ad aspettare che il ponente smontasse, o a bordeggiare faticosamente e inutilmente per guadagnare miglia… Soprattutto Cabo de Gata sa essere tremendo, qualcuno lo chiama il Capo Horn del Mediterraneo: le perturbazioni entrano da Gibilterra, il mare di Alboran le amplifica e il capo fa il resto per rendere questo tratto di mare davvero duro da navigare a volte.

Almerimar-Gibilterra-Lanzarote: le Colonne d’Ercole e le prime miglia in oceano

Prima settimana di novembre

1.000 miglia

10 giorni di navigazione

Malaga | Lanzarote

Ho scelto Almerimar come punto di partenza per la traversata atlnatica tanti anni fa: è un marina molto grande, ben attrezzato, gestito da persone competenti che ormai dopo tanti anni sono anche amici. A volte mi sposto qualche miglio più a sud, nel marina di Benalmadena per imbarcare gli equipaggi che navigheranno con me fino a Lanzarote.

Da qui a Gibilterra sono circa 100 miglia, giusto il tempo che serve a prendere confidenza con la barca e le manovre prima della grande emozione del passaggio dello stretto di Gibilterra. La Spagna a dritta, l’Africa a sinistra, la rocca, le emozioni dei racconti mitologici e storici: passare Gibilterra è sempre affascinante. Dal punto di vista della navigazione è una bella scuola: se il vento soffia da ponente inutile pensare di provare a passare lo stretto, che con il suo effetto Venturi moltiplica la forza del vento; si devono conoscere le correnti per sfruttarle a nostro vantaggio; si deve prestare attenzione al traffico marino, ai divieti e alle regole. Ma una volta passato lo Stretto di Gibilterra si è in oceano, e ogni sforzo è ripagato.

Il faro di Tarifa sfila lentamente a dritta, e la rotta punta prima verso occidente, per tenersi ben al largo dalle coste marocchine, e poi a sud verso le Canarie. Se Eolo è benevolo si incontra l’Aliseo portoghese, un vento da Nord che ci permette subito di provare la vera navigazione oceanica su andature portanti. Spesso, però, a queste latitudini si incontrano ancora perturbazioni generate più a nord nell’Atlantico e la navigazione si fa impegnativa. La prima delle Canarie, La Graciosa, si avvista dopo 600 miglia, mediamente cinque giorni di navigazione, e faccio sempre il possibile per fermarmi almeno un giorno: è un’isola piccola e molto selvaggia, perfetta per riprendersi dalle fatiche senza buttarsi subito nel caos cittadino.

Tenerife-Martinica: la traversata atlantica da est a ovest

Fine novembre

2.900 miglia

17/22 giorni di navigazione

Tenerife| Fort-de-France

Da Lanzarote ci si sposta ancora a sud-ovest, verso Tenerife, isola in cui imbarco l’equipaggio delle tratta lunga della traversata atlantica di andata, il grande salto verso ovest fino ai Caraibi. La sosta a Tenerife è lunga, e l’equipaggio è il benvenuto anche giorni prima della partenza: anche se il tempo è sempre scarso e molti tendono a imbarcarsi il giorno prima della partenza, io ritengo che per vivere appieno un’esperienza come la traversata atlantica sarebbe opportuno prendersi qualche giorno in più. Prendere confidenza con la barca, con le manovre, con il comandante e con i compagni è importantissimo. Ed è anche molto bello vivere il clima pre-partenza, ricchissimo di emozioni, di incontri, di stati d’animo. Arrivando qualche giorno prima l’equipaggio ha anche modo di aiutarmi nelle ultime operazioni di sistemazione della barca: andare in testa d’albero a controllare il sartiame, predisporre materiale di rispetto, sistemare le drizze, le manovre, etc. L’ultima di queste operazioni è la preparazione della cambusa per la traversata atlantica, il momento in cui l’equipaggio comincia a collaborare e a formarsi.

Poi cominciano le ultime telefonate, di colpo sale la consapevolezza che per un paio di settimane abbondanti tutto dovrà andare avanti senza di noi: chi è a bordo dovrà solo preoccuparsi di far camminare la barca, di fare i propri turni, di riposarsi – la vita torna a un’essenzialità che di rado si ha modo di vivere a terra. Sono fortissime le emozioni dei momenti in cui si mollano gli ormeggi per la traversata atlantica, spesso accompagnati dai saluti e dagli applausi di altri naviganti che sono in banchina, perfetti sconosciuti con cui però si condivide qualcosa di così grande da sembrare vecchi amici…

E siamo in oceano. Per i primi giorni si naviga ancora a latitudini che possono riservare qualsiasi condizione meteo: vento da nord-ovest, da sud, pioggia, clima ancora fresco. Si comincia ad abituarsi all’onda dell’oceano, che solo dopo qualche giorno riusciremo a chiamare gentile, si comincia a prendere il ritmo dei turni, a sentire la barca e imparare a timonarla senza fatica. Si comincia anche a prendere confidenza con la navigazione oceanica, molto diversa da quella mediterranea: poche manovre, vele come lo spi e il gennaker a cui generalmente si è meno abituati e velocità sì, perché bisogna arrivare, ma senza strafare e mettendo sempre prima la sicurezza. Si impara a riconoscere le nuvole che portano vento, a scrutare il cielo per vedere i groppi per tempo.

Il contatto stretto con la natura e con i compagni di viaggio è l’altro aspetto della traversata atlantica, oltre alla navigazione, con cui è necessario prendere un po’ di confidenza. Vedere per giorni e giorni solo mare, solo cielo, è un grande spazio di libertà interiore che si può riempire di quello che la nostra mente decide: può essere felicità, serenità, ma anche nostalgia, paura. Qualunque cosa verrà a galla dovrete affrontarla, perché sarete in mezzo al mare con una manciata di sconosciuti: non c’è scampo. Continuo a credere che sia l’aspetto più bello e più importante di una traversata.

A bordo c’è sempre da fare: a parte i turni, c’è da imparare ad usare la radio, scaricare le carte meteo e interpretarle, programmare la rotta e segnare accuratamente i punti nave. C’è da pescare, da farsi una doccia con acqua di mare ben legati a poppa, da fare il pane. E dopo un paio di settimane comincia il toto-arrivo con tanto di banco scommesse. Non si vede l’ora di vedere terra: le palme, le spiagge, i profumi dei Caraibi. Ma allo stesso tempo si vorrebbe che non finisse mai questa meravigliosa navigazione… L’atterraggio è un momento molto emozionante, forse indescrivibile: l’adrenalina continua a scorrere per ore dopo l’arrivo, riabituarsi alla terra richiede un po’ di tempo, si sente di essere cambiati. Si è compiuto qualcosa di grande.

La traversata atlantica da Ovest a Est

La mia traversata preferita: da ovest a est, dalla Martinica alle Azzorre

Inizio di aprile

2.500 miglia

15/20 giorni di navigazione

Fort-de-France | Ponta Delgada

La “vera” traversata atlantica, quella dura, bagnata, sbandata, quella dove si impara e ci si tempra. La mia preferita perché è quella che mi riporta a casa, dopo mesi lontano. La traversata atlantica di ritorno, da Ovest a Est, è mediamente più impegnativa di quella di andata, sia per le difficoltà della rotta e della navigazione che per le condizioni meteo. Dal caldo dei Caraibi si naviga verso nord-est, verso il freddo, non è raro incontrare perturbazioni che portano pioggia, e anzi andremo a cercarcele quelle perturbazioni. Sono infatti loro, o meglio le loro code, che girando in senso antiorario intorno al nucleo di bassa pressione, ci daranno il vento buono da sud-ovest. Ma andiamo per gradi.

La partenza per la traversata atlantica da ovest a est è il 1 aprile (di solito) dalla Martinica, che si trova a 14º di latitudine nord e 60º di longitudine ovest, e la rotta ci deve portare a Faial, isola dell’arcipelago delle Azzorre, latitudine 38º nord longitudine 30º ovest. Se guardiamo le pilot charts dell’Atlantico settentrionale vedremo che i venti prevalenti sono da est nord-est fino al 30º grado di latitudine nord. Per la prima parte della traversata atlantica di ritorno si devono quindi mettere in conto andature di prua, una bolina più o meno larga a seconda della direzione dell’aliseo. Una volta superato il 30º parallelo è più frequente riuscire a prendere la coda di qualcuna di quelle perturbazioni di cui vi dicevo prima e navigare sotto gennaker macinando miglia buone verso nord-est.

Queste però, come sapete, sono solo medie. In tante traversate ho visto di tutto, e l’Atlantico settentrionale non è certo uno scherzo: leggete il diario di bordo della traversata atlantica da ovest a est del 2011, scritto da un membro dell’equipaggio – per due giorni dovemmo girare la prua a ovest, metterci mare e vento in poppa e aspettare che la burrasca passasse. A volte la rotta migliore è più meridionale, a volte si deve trovare la strada in mezzo alle alte pressioni. Decisioni da prendere, situazioni inattese da affrontare, mare duro da navigare: si diventa marinai migliori.

La prima delle Azzorre che si incontra è Faial: vederla, verde come uno smeraldo, è una gioia e un’emozione ancora dopo tanti anni e l’arrivo sulla mitica banchina di Horta non è da meno. Da anni è tradizione che gli equipaggi che passano di lì dipingano un murales, e i colori vecchi e nuovi creano un colpo d’occhio eccezionale sullo sfondo dell’oceano e della vetta innevata del vulcano di Pico. E poi c’è la serata da Peter’s, altrettanto mitico ritrovo di naviganti, dove ben seduti con le gambe sotto il tavolo aggiungeremo alle tante storie che quelle pareti hanno da raccontare anche la nostra. In un angolo c’è ancora appesa la bandiera italiana dell’Hélène, in ricordo della mia prima traversata di ritorno, nel 1993. Se c’è tempo, visitare l’interno dell’isola è qualcosa che vi consiglio di fare: tra il cratere verdissimo del vulcano, il faro imponente, le spiagge battute dall’oceano e i vecchi borghi troverete un paesaggio straordinario.

Azzorre-Gibilterra-Malaga: 1.000 miglia

Fine aprile

1.000 miglia

10 giorni di navigazione

Ponta Delgada | Malaga

Da Faial ci spostiamo per circa 150 miglia fino a Sao Miguel, la più orientale delle Azzorre, dove imbarco il nuovo equipaggio e da dove si salpa intorno al 25 aprile con rotta su Gibilterra. Circa 1.000 miglia ci separano dal Mediterraneo, 1.000 miglia in cui mi è capitato di avere venti portanti, venti talmente contrari che per tre giorni abbiamo dovuto fare rotta sull’Inghilterra, bonaccia. Ancora una settimana di navigazione oceanica, prima di avvistare le coste del Portogallo e, finalmente, Gibilterra.

Che l’oceano con la sua navigazione spesso solitaria stia per finire ce ne accorgiamo ben prima di arrivare alle Colonne d’Ercole: il traffico si fa denso, le guardie devono stare attente a navi, barche, pescherecci. I venti prevalenti a Gibilterra, lo abbiamo già visto all’andata, sono il Levante e il Ponente: lo stretto crea un effetto Venturi che incanala l’aria e moltiplica la forza del vento in uscita. Se c’è Levante, quindi, non si passa: a volte si deve riparare a Cadice o a Tarifa per qualche giorno, fare i turisti e aspettare fiduciosi. Se invece si riesce ad entrare a Gibilterra, mi piace fermarmi per un paio di giorni almeno e dare all’equipaggio il tempo di visitare la rocca e tutte le curiosità di questo luogo così particolare.

Malaga-Toscana: il rientro in Mediterraneo

Inizio maggio

900 miglia

1 o 2 settimane

Malaga | Baleari | Toscana

Il rientro nel Mediterraneo è sempre dolceamaro: è un mare che amo, ma è difficile da navigare, con le sue perturbazioni, le rotte quasi obbligate, l’onda che si alza rapida e cattiva. Da Malaga alla Toscana sono circa 900 miglia, ma non sempre scelgo la stessa rotta, soprattutto dopo che si sono superate le Baleari e c’è da vedersela con il Golfo del Leone. A volte basta aspettare un po’, magari visitando Cartagena, cittadina piena di storia, o Maiorca e Minorca, isole davvero molto belle, per poi mettere la prua sulla Corsica. A volte invece il Leone non vuole proprio lasciarci passare, e traversare direttamente verso nord-est è impossibile: in quei casi si costeggia la Spagna, si aspetta una finestra anche molto breve di tempo buono, e si fa rotta su Porquerolles. E poi, finalmente, Porto Venere: il rifugio della Freya al rientro da ogni traversata atlantica.