L’isola di Ustica: mare e poesia

E siamo arrivati fino a Ustica… Scusate se qui sul blog”salto” le due settimane in cui abbiamo navigato da Alghero a Villasimius, ma l’isola di Ustica è troppo bella per non essere raccontata subito, “a caldo”, ed è il primo approdo in cui ho personalmente ritrovato la stessa poesia che ci accompagna navigando nella Sardegna del nord.

A Ustica siamo arrivati dopo poco più di 24 ore di navigazione da Villasimius, un po’ a vela un po’ a motore, accompagnati da un Libeccio leggero – e per fortuna, perché nel piccolo porticciolo dell’isola di Ustica si può sostare solo con venti di ponente, chiamando preventivamente la Capitaneria per chiedere il permesso di ancorare e ormeggiare in uno dei tre (tre!) posti a disposizione nella piccola banchina.

Arrivando dal mare Ustica ricorda tanto Faial, l’isola agognata delle Azzorre in cui si approda durante la prima tratta della traversata atlantica ovest-est, e la sensazione rimane anche visitandola meglio via terra. In entrambe sembra che le esplosioni vulcaniche che gli hanno dato origine siano avvenute ieri, tanto sono vive e aguzze le figure di lava, e in entrambe i prati e i pascoli sfiorano il mare, che non riesce con tutta la sua violenza a disturbare le capre intente a masticare e a schivare i fichi d’india.

All’arrivo in banchina subito Omero dice “non è cambiato niente, più di vent’anni e non è cambiato assolutamente niente”: il porto è minuscolo, dominato dall’indolenza di chi giustamente, vivendo in poco più di 10 chilometri quadrati, non ha fretta di andare da nessuna parte e sa bene che a decidere se si può partire o no, e quando, lo decide il mare.

 

L’indolenza di Ustica, però, è fatta di una gentilezza straordinaria – sorrisi, saluti, consigli, indicazioni, “da dove venite, dove andate, di cosa avete bisogno” – e di una familiarità che si può trovare solo in posti così, dove vivono poche centinaia di persone e non esistono sconosciuti. Anche se sulla banchina sbarcano centinaia (a ottobre, e forse in estate sono anche di più) di subacquei che sotto il mare dell’isola di Ustica trovano alcuni dei fondali più spettacolari del Mediterraneo, tutelati dal 1987 come area marina protetta, e diventati la principale voce dell’economia dell’isola (insieme alla coltivazione delle buonissime e piccolissime lenticchie).

Arrampicandosi in paese i subacquei spariscono, restano i vecchietti in fila sotto il ficus che domina la piazzetta, le signore affacciate alle finestre e i murales che decorano quasi ogni casa del piccolo centro. Non c’entrano niente con quelli dipinti dai marinai sulla banchina di Horta a Faial, ma anche qui, in un’isola sperduta in mezzo al mare, qualcuno sente il bisogno di lasciare un segno dipinto a ricordare il passaggio degli uomini, anche quando il tempo sarà passato e il fuoco e l’acqua avranno di nuovo fatto il proprio corso.

 

Dell’isola diUstica si dice che possa essere quella che nell’Odissea prende il nome di Eea, l’isola della maga Circe, dove Ulisse e i suoi compagni di viaggio restarono più di un anno prima di riprendere il mare, e che Omero descrive come un’isola a cui “all’intorno il mare infinito fa da corona“. Ma la storia più bella che ho letto qui a Ustica non è quella di Circe, bensì la leggenda di Colapesce, che sicuramente tutti i siciliani conoscono ma che io non avevo mai sentito raccontare. L’ho letta scritta a mano su un telo di canapa, la storia di questo ragazzo di nome Nicola a cui piaceva talmente tanto nuotare e stare in mare da meritarsi il nome di Cola Pesce. Quando la sua fama arrivò a Federico II, il re chiese a Colapesce di immergersi per ripescare prima un anello e poi una corona gettati in profondità proprio per vedere di cosa fosse capace il ragazzo. Ma da una delle sue immersioni Colapesce non riemerse più perché, si dice, nuotando in profondità vide che una delle tre colonne su cui poggiava la Sicilia si stava sgretolando e decise di restare in mare a sorreggere l’isola.

Non sono invece leggenda, ma storia, i giorni di Gramsci, Bordiga e degli altri intellettuali confinati dal fascismo sull’isola di Ustica, trasformata  in un carcere a cielo aperto. C’è una piccola targa che ricorda i confinati, ma ci sono anche le storie dei pescatori che ricordano la scuola messa su in poche settimane da Gramsci per rendere “sensato” il tempo sull’isola e frequentata con passione e disciplina dai confinati e dai coatti, ma soprattutto dagli usticesi, alcuni dei quali hanno imparato a leggere e scrivere proprio in quella scuola. Anche questa è poesia…

Ne avrei potute ascoltare molte di più di storie, ma il Libeccio ha lasciato posto al Levante e abbiamo dovuto lasciare l’isola di Ustica per mettere la prua sulle Egadi, prossima tappa del nostro autunno Mediterraneo.

 

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