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L’isola di Santo Stefano: la storia da Napoleone a Ciano

Sull’isola di Santo Stefano capita di rado di andare in barca, ma quando arriva vento da nord, come è successo spesso quest’anno, scegliamo una delle sue rade nel versante sud occidentale, Villamarina, ottimo ridosso dalla tramontana, per passare la mattina. Mattina che di solito vola via tra tuffi e nuotate nelle sue acqua turchesi, a meno che qualcuno non abbia voglia di scoprire uno dei “segreti” dell’isola di Santo Stefano che, pur essendo una delle più piccole dell’arcipelago, è forse quella che conserva più numerosi e più visibili i segni della sua storia.

Il più imponente, quello che non si può evitare di vedere anche solo costeggiando l’isola di Santo Stefano è il Forte San Giorgio, costruito nel 1773 dai piemontesi e che tutti qui chiamano Forte Napoleone. Il forte fu infatti conquistato da una divisione dell’esercito francese di cui faceva parte anche il giovane Bonaparte durante un tentativo di sbarco in Sardegna passando per la “porta” dell’arcipelago. Il tentativo fallì, ed è passato alla storia per le gesta del nostromo Domenico Millelire che, intuendo gli spostamenti dei francesi, con un solo cannone riuscì a mettere in fuga la corvetta che proteggeva i movimenti dell’esercito francese sbarcato appunto a Villamarina e posizionato sul forte San Giorgio.

Altro segno ben visibile della storia, stavolta più moderna, dell’arcipelago, è nella parte orientale dell’isola di Santo Stefano, anche questa utilizzata fin dai tempi dei Savoia come base militare e ben fortificata. Dalla metà degli anni ’70 parte di questa base è stata concessa dal governo italiano alla marina militare statunitense, che l’ha utilizzata come base d’appoggio per i sommergibili d’attacco di stanza in Mediterraneo. Davanti all’isola di Santo Stefano era ormeggiata una nave americana che fungeva da base e da officina, con enormi gru in grado di sollevare i sommergibili che ogni tanto si vedevano sbucare dall’acqua. Sparpagliati tra La Maddalena e Palau vivevano invece gli americani che nella base lavoravano e Omero mi racconta, oltre che dei sommergibili che emergevano dalle acque, anche delle serate “americane” a cui capitava di assistere, tra karaoke e concerti blues. Poi gli americani, come si dice qui, se ne sono andati nel 2008, portandosi via i sommergibili e anche il blues…

Bisogna invece farsi una camminata dentro l’isola di Santo Stefano per vedere il segno di un altro pezzo di storia, quello di epoca fascista. Nel 1941 il regime commissionò ai proprietari della cava di granito di Villa Marina una statua che rappresentasse il padre di Galeazzo Ciano, il conte Costanzo Ciano, già capitano di fregata al comando di unità della MAS, a cui doveva essere dedicato un imponente monumento a Livorno. La statua avrebbe dovuto essere alta 13 metri e i maestri scalpellini di Santo Stefano cominciarono a scolpirla a mano in tre pezzi, sotto la guida dell’architetto Dazzi che, si dice, fu talmente affascinato dal Maestrale da decidere che nella statua Ciano avrebbe indossato il nord ovest, il cappello da burrasca che indossano i naviganti.

Ma arrivò l’armistizio del 1943 e subito dopo il telegramma che ordinava di sospendere la realizzazione della statua, che tuttora è di proprietà della famiglia che possedeva la cava ed è stata abbandonata lì. Basta fare pochi passi oltre il molo di sbarco della rada di Villa Marina per cominciare a vedere il busto imponente, con i baffoni, il volto arcigno e il nord ovest sulla testa. E non è per niente male l’idea del proprietario della cava (a cui la statua appartiene, perché nessuno l’ha mai pagata…) di dimenticarci che avrebbe dovuto rappresentare Ciano e farne un simbolo di tutti i naviganti di Sardegna, che svetti sull’isola di Santo Stefano e guardi in faccia il Maestrale.