nodi marinari a bordo

Nodi marinari: capirli prima di farli

I nodi marinari sono una delle cose che più affascina chi si avvicina al mondo della vela, e che scatena le discussioni più accanite tra i marinai: “si fa così, no si fa in questo modo, no va fatto come lo faccio io”, etc.  Ci sono tanti modi per fare i nodi, ed è giusto che ognuno trovi quello che preferisce, ma alcune cose è meglio tenerle a mente.

I nodi marinari hanno delle caratteristiche precise: a parte la funzione specifica che ognuno assolve, devono poter sopportare tensioni molto forti e allo stesso tempo sciogliersi velocemente e facilmente quando serve. Assicurare bene qualcosa al suo posto e poterlo liberare in fretta quando è il momento è nella maggior parte dei casi una questione di sicurezza, e per questo i nodi a bordo ricevono tanta attenzione.

Quello che Omero dice sempre è che i nodi, prima di farli, bisogna capirli. Se vi concentrerete sull’imparare quale funzione devono svolgere, su quale capo si esercita la tensione e quale è libero (il dormiente e il corrente) e in quale modo scioglierlo, avrete capito un nodo. E a quel punto farlo sarà semplice.

Chi di barca a vela ne sa poco o niente quando viene a bordo per una vacanza si ritrova in un attimo proiettato in un mondo di nodi marinari dai nomi altisonanti, complicatissimi all’apparenza e da realizzare con la massima precisione. E quasi tutti vogliono imparare a farne almeno un paio. E anche chi è già velista si ritrova sempre a fare una piccola lezione, un po’ di ripasso e molto esercizio per imparare i diversi modi di fare un nodo. In una delle scorse settimane in Sardegna abbiamo avuto a bordo un’alta concentrazione di velisti e un esperto scalatore, le lezioni sui nodi, come su tanti altri aspetti della vela, si sono quindi sprecate. A richiesta ecco un breve riassunto 🙂

Quali nodi servono in barca

Una cosa che in pochi dicono perché un po’ sminuisce la sacralità del marinaio esperto è che i nodi che in barca servono davvero sono pochi. In condizioni normali quelli che si usano di più sono quattro o cinque: il parlato, il piano, il savoia, la gassa d’amante e il nodo di bitta.

Il parlato si usa moltissimo, ed è importante imparare a farlo bene sia in orizzontale che in verticale: è il classico nodo dei parabordi, ma è utile anche per legare il tender al volo a una bitta. Una volta fatto il nodo, meglio assicurarlo con un collo in più per evitare che il parlato si sciolga con la tensione. Il nodo piano serve a collegare i due capi di una cima o due cime di uno stesso diametro. Anche in questo caso un mezzo collo in più per sicurezza è consigliabile.

Il savoia è utilizzato soprattutto al capo terminale delle manovre correnti, per fare in modo che non scorrano via dai winch e dagli stopper. Due cose da ricordare: meglio fare il savoia non proprio all’estremità di una cima, ma lasciando un po’ di calumo libero. Per le drizze dello spi e del gennaker Omero non usa nodi di arresto, è preferibile lasciare andare la vela perfino in acqua piuttosto che rischiare durante un colpo di vento improvviso.

 

La gassa d’amante è il nodo più amato dai marinai, che lo usano per qualsiasi cosa vi possa venire in  mente, in barca e fuori. Caratteristica della gassa è l’occhiello che forma, che non scorre ed è quindi adatto per fissare una cima a qualsiasi cosa di qualsiasi grandezza: un’altra cima, una bitta, un golfare, un palo.

Omero è ossessionato dal fare la gassa “per bene” come dice lui, ovvero senza prepararsi l’occhiello prima (con la classica storia del serpente che esce dal lago), perché dice (e ha ragione) che bisogna avere la destrezza di fare un nodo in qualsiasi condizione, e prepararsi l’occhiello prima è spesso impossibile se il dormiente è in tensione. Altra cosa molto importante che Omero mi ripete spesso, relativa ai nodi di ormeggio, è che prima si deve pensare a fermare la barca: due volte intorno alla bitta sono la prima cosa da fare quando si deve assicurare la barca a terra, specialmente in condizioni di vento teso,  poi si può pensare a che tipo di nodo utilizzare.

Sempre a richiesta pubblico anche un video che mostra un paio di modi di fare la gassa d’amante che hanno riscosso particolare interesse…

 

Il nodo di bitta è forse il più facile da sbagliare, con conseguente cazziatone da parte di Omero (e di qualsiasi altro comandante) perché se fatto male diventa difficile da sciogliere. Nelle foto sotto vedete la sequenza della realizzazione del nodo di bitta così come lo fa Omero: due “otto”, il secondo otto va chiuso facendo un mezzo collo rovesciato e mantenendo lo stesso allineamento della cima, e infine un altro mezzo collo rovesciato per ulteriore sicurezza. Ci sono molti altri modi di fare il nodo di bitta che si trovano in giro sul web e nei porti: nessuna pretesa di dire che questo sia il modo migliore, ma per adesso non abbiamo mai avuto problemi.

I nodi marinari devono essere belli

Un altro comandante quando facevo qualche schifezza di nodo mi diceva: “Se un nodo non è bello vuol dire che non è fatto bene“. Aveva ragione: i nodi marinari, proprio per potersi sciogliere bene, sono precisi e mai ingarbugliati. Alcuni nodi, poi, sono belli e basta, ovvero sono puramente decorativi. È il caso del nodo “testa di turco” che mi diverto a fare nella mezzeria delle ruote del timone della Freya, o per intrecciare i tappetini di bordo. È un po’ complesso, devo ammettere, ma molto affascinante: è un intreccio continuo, che sembra non finire mai e che è davvero una bella meditazione se non avete niente da fare un pomeriggio…

 

E infine, se volete esercitarvi (magari in ufficio 🙂 ) vi consiglio qualche applicazione di nodi marinari da scaricare sul telefono o sul tablet. Io uso la prima, ma tutte sono utili perché mostrano i nodi in tre dimensioni, e la realizzazione animata del nodo si può anche fermare, rallentare o riavviare se ad un certo punto ci si perde…