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Omero Moretti – Nel nome un destino da eterno navigatore

da LA VOCE di Carpi trascriviamo l’intervista ad Omero:

Ha fatto qualcosa come ventisei traversate atlantiche in barca a vela. Un vero record che lo colloca di diritto nel novero degli skipper più esperti ed affidabili. Eppure Omero Moretti, nomen omen dicevano i latini, è uomo “di terra” a tutti gli effetti, almeno dal punto di vista anagrafico.
Nato a Carpi 57 anni fa, ha vissuto in città fino alla fine degli anni Ottanta, occupandosi della conduzione di un’impresa artigiana del settore metalmeccanico e dedicandosi al mare solo nel tempo libero. Poi, nel Novanta, la decisione di chiudere l’attività e cambiare vita.
Da allora Omero trascorre undici mesi all’anno sull’acqua. Freya, un cabinato di 16 metri a un albero, è diventata la sua casa oltre che il suo lavoro. La sua specialità sono le traversate dell’Atlantico, dalla Spagna ai Caraibi, ma durante la bella stagione organizza anche crociere nel Mediterraneo e viaggi-vacanza con scuola di vela. Lo spirito cooperativo, forse innato in un emiliano come lui, lo ha indotto a fondare insieme ad alcuni colleghi un consorzio, la “Compagnia degli Skipper Oceanici ”, che cura tutti gli aspetti organizzativi dei viaggi mentre i marinai sono impegnati nella navigazione.
Tra una traversata e l’altra, Omero ormeggia Freya a La Spezia e si concede qualche giorno di vacanza a Carpi. Ed è appunto durante una di queste soste che lo “intercettiamo”. «Contrariamente a quello che si pensa – dice – il mio è un mestiere duro. Però non lo cambierei con nessun altro. Rimpiango anzi di non avere cominciato prima».
La barca non è un albergo e uno skipper non è un operatore turistico come gli altri. Deve saper comandare e, una volta in mare, la sua voce diventa legge. A bordo tutti devono dare una mano. Lo spazio è ristretto, appartarsi è impossibile, bisogna dunque trovare il modo di convivere. Incredibilmente è proprio questo l’aspetto che Omero considera come il più delicato. Le tempeste, il soffio dei venti o la correttezza della rotta non lo preoccupano altrettanto. «Le traversate dell’Altantico – spiega – si fanno a fine ottobre, la stagione migliore, quando soffia l’aliseo, lo stesso vento che ha permesso a Colombo di raggiungere l’America. Noi seguiamo la stessa rotta, venti giorni all’andata e altrettanti al ritorno, con in mezzo una permanenza di quattro mesi ai Caraibi. Lì facciamo una crociera verso il Venezuela, oppure veleggiamo un po’ più a nord, verso Virgin Island. In tutto sono sette mesi di mare, un periodo molto lungo durante il quale è fondamentale che a bordo regni l’armonia. Devo per forza – scherza – fare il mediatore, il mio vero mestiere è questo, navigare è il meno». La cucina è un’altra preoccupazione di Omero che è anche chef di bordo: «Organizzare la cambusa – afferma – è una cosa complicata. Bisogna sapere cosa mangiare ogni giorno e variare gli alimenti per evitare che una dieta sbagliata si ripercuota sul fisico dell’equipaggio».
C’è poi il ritorno che, il più delle volte, costituisce un viaggio a sé. «Dico sempre che la vera traversata è quella che si fa al ritorno: c’è più freddo, gli alisei sono contrari e si soffre di più il mare. Dopo tanti mesi di permanenza nell’oceano entra anche in gioco la componente psicologica: si torna a casa e la nostalgia si fa sentire». Alla fine però la soddisfazione è impagabile: «Non è un viaggio – commenta – è qualcosa di più. Le persone che lo fanno spesso si scontrano con una realtà diversa da quella immaginata, però ritornano cambiate, più forti e con un bagaglio di esperienza unico».
Se l’inverno è dedicato alle traversate, l’estate è invece la stagione delle crociere nel Mediterraneo. La Freya salperà a giorni per la Sardegna e non si fermerà più fino a settembre. Rotte brevi, ma non per questo meno impegnative: «Il Mediterraneo – dice – è più pericoloso dell’Altantico. E’ più imprevedibile dal punto di vista metereologico ed è anche più trafficato. Di notte sono sempre all’erta. Dormire? Sì certo, ma con un occhio solo. Tranne quando a cullarmi sono le onde dell’oceano, con quelle sì che mi sento tranquillo».
Rossana Caprari